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La pandemia dovrebbe stimolare la discussione su ciò che la scienza può e non può fare

La ricerca è stata a lungo trascurata in Italia, finanziariamente, politicamente e culturalmente. Ma la pandemia di Covid-19 ha cambiato tutto questo. Il valore della ricerca viene ora riconosciuto, con i finanziamenti annunciati e i ricercatori che stanno vivendo una nuova importanza. Questo nuovo rapporto tra scienza, politica e media, però, non è privo di pericoli.
I media non sono abituati a spiegare ed analizzare i tecnicismi dell’epidemiologia e della salute pubblica. Nelle interviste, i ricercatori sono talvolta tentati di allontanarsi dalla loro area di competenza, e i politici possono essere tentati di trasferire la colpa di passi falsi politici sulla consulenza scientifica e sui ricercatori che la forniscono. Gettano diversi punti di vista scientifici nel mix e non sorprende che il pubblico a volte possa essere confuso, specialmente se gli scienziati sono dipinti come, o ci si aspetta che siano, gli arbitri della verità ultima.
La pandemia ha evidenziato la necessità per l’Italia di seguire un corso accelerato di epistemologia a livello nazionale. In particolare, gli scienziati, i media e i responsabili politici devono essere chiari su ciò che la scienza può e non può fare. Questo è particolarmente vero quando le previsioni scientifiche informano le decisioni politiche.
Un compito cruciale è distinguere questo tipo di previsioni scientifiche incentrate sulla politica da quelle volte a dimostrare o confutare una teoria. Ad esempio, se un pianeta non è dove ci aspettiamo, potrebbe significare che la gravità ha bisogno di un ripensamento. Ma una previsione meteorologica fallita non invalida le equazioni della dinamica dei fluidi. Quest’ultimo tipo di previsione imperfetta – che include modelli epidemiologici – è spesso fatta allo scopo di guidare le decisioni nella politica o nella protezione civile.
L’aumento della potenza di calcolo e i big data hanno aumentato la portata di tali previsioni e hanno sollevato la speranza che il monitoraggio costante dei fenomeni atmosferici, geologici o sociali ci consentirà di prevedere e mitigare i disastri naturali. Allo stesso modo, il monitoraggio della diffusione di malattie ed epidemie può aiutare a identificare opportunità per vaccinazioni di massa o altre forme di prevenzione. I focolai di malattie sono come i terremoti. Non possiamo prevedere con precisione quando o dove colpiranno, ma il monitoraggio e altri studi possono aiutarci a ridurre il loro impatto.
La possibilità di un’epidemia globale come il Covid-19 è nota da decenni. Sapevamo che una maggiore mobilità internazionale e un maggiore contatto tra esseri umani e specie selvatiche aumentavano il rischio, ma non potevamo prevedere quando e dove un animale avrebbe trasmesso un virus a un essere umano.
Una volta che un’epidemia ha iniziato a diffondersi, tuttavia, disponiamo di dati e possiamo iniziare a fare previsioni e pianificare interventi. L’epidemiologia computazionale è simile alla meteorologia: si osserva un sistema oggi e poi si applicano le equazioni per calcolare il suo stato domani. La potenza di calcolo e i big data svolgono un ruolo fondamentale in entrambe le scienze. Ma poiché sia ​​il tempo che le epidemie sono sistemi caotici, altamente sensibili alle condizioni microscopiche, previsioni precise a lungo termine sono impossibili.
Dove differiscono è che le epidemie sono un fenomeno sociale oltre che naturale; politiche appropriate possono cambiare le loro traiettorie. Non possiamo evitare una crisi ma, con le giuste previsioni e decisioni politiche – e i giusti preparativi anticipati – non è necessario che diventi una catastrofe.
Il problema è che i limiti delle previsioni non sono sempre compresi o comunicati correttamente a chi ha il compito di trasformare le previsioni in decisioni o protocolli di sicurezza. Ciò rende l’uso della previsione scientifica nelle politiche pubbliche un complicato mix di fattori scientifici, politici e sociali. Le implicazioni dell’utilizzo di previsioni scientifiche incerte per guidare scelte politiche decisive e irreversibili in questioni di enorme interesse pubblico spesso non vengono prese in considerazione.
In Italia, e probabilmente più in generale, vedo la necessità di comunicare ciò che possiamo e non possiamo prevedere e con quale grado di certezza. La pandemia ha creato un’opportunità e un appetito per fare proprio questo. Ma ha anche creato dei rischi: essere sotto i riflettori non è sempre comodo e la fiducia può essere persa molto più rapidamente di quanto si possa costruire.
Cosa dovrebbero fare i ricercatori per sfruttare al meglio il momento e per dare il miglior contributo alla vita pubblica e all’elaborazione delle politiche? La valutazione del grado di incertezza intorno a qualsiasi previsione rimane un compito cruciale che può essere svolto solo da scienziati esperti. Dovrebbero anche avere l’onestà intellettuale per chiarire la loro parziale ignoranza.
Tuttavia, questo dovrebbe essere ben compreso dai responsabili politici, dai media e dal pubblico. Per questo, è necessaria una discussione interdisciplinare che vada oltre gli specialisti.
Questo articolo è stato pubblicato anche su Research Europe.