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Citychrone è un approccio innovativo per lo studio e il monitoraggio della mobilità all’interno delle città basandosi più sui tempi di percorrenza anziché sulle distanze. Fornisce in questo modo una nuova visione della città, più vicina alla percezione e all'esperienza dei cittadini. Così facendo si attua una visione di città liberata dal trasporto privato, che valuta la qualità del trasporto pubblico e incentiva alla progettazione di nuovi scenari per l'accessibilità di siti e servizi.
Grazie alla disponibilità di dati ed informazioni sui trasporti pubblici, CityChrone realizza mappe navigabili del tessuto urbano in base al tempo di percorrenza. E, grazie alla modellizzazione delle dinamiche del traffico urbano, permette di progettare nuove infrastrutture di trasporto (come nuove linee metropolitane) e simulare il loro impatto sull'accessibilità e sui tempi di percorrenza.
Istituzioni, aziende o organizzazioni attive nel campo della mobilità, che sono interessate a migliorare l'accessibilità di uno specifico territorio e dei suoi servizi, possono essere aiutate da CityChrone con una valutazione critica della situazione attuale e una pianificazione per soluzioni ottimali per il futuro.
Le città rappresentano sistemi sempre più grandi, complessi ed interconnessi. La mobilità urbana rappresenta una delle più grandi sfide ambientali e sociali che l’umanità deve affrontare. Il progetto CityChrone coniuga la disponibilità di importanti moli di dati ad un rigoroso approccio scientifico per affrontare lo studio delle dinamiche urbane complesse e proporre soluzioni efficaci ed innovative.
Le nuove tecnologie della comunicazione e dell’informazione svolgono un ruolo sempre più pervasivo per la nostra cultura e la nostra quotidianità. Questa rivoluzione non giunge evidentemente senza controindicazioni, e nelle nostre società complesse emergono costantemente nuove sfide globali che richiedono nuovi paradigmi.
 
Il calcolo neuromorfico è un paradigma emergente nell’ambito dei nuovi modelli di reti neurali. Il problema che oggi limita l’hardware delle reti neurali è il costo dell’addestramento di questi modelli, (utilizzati, per esempio, per le traduzioni o per il tracking di oggetti in ambienti tridimensionali).
L’impatto energetico e ambientale dell’addestramento di grandi reti neurali per attività complesse è la difficoltà principale. Se si considera l’attuale consumo di decine di miliardi di kWh mondiali dei grossi centri di elaborazione dati, si capisce come sia sempre più rilevante sviluppare nuovi modelli di calcolo in cui l’addestramento non sia così pesante. È necessario identificare nuovi modelli computazionali e nuovo hardware più efficienti.
Un paradigma che si va affermando è il cosiddetto calcolo “neuromorfico”, ispirato dal funzionamento efficiente del cervello umano. Nelle reti neuromorfiche, la maggior parte dei pesi non viene ottimizzato, e l’addestramento avviene solo nell’input e nell’output. Se la rete è sufficientemente grande, si può dimostrare che la potenzialità computazionali sono confrontabili con i modelli standard.
Inoltre, gli schemi neuromorfici sono direttamente implementabili con hardware fotonico in cui la luce sostituisce la corrente elettronica nell’elaborazione. In questo hardware ottico, il consumo di energia si riduce drasticamente perché si usano solo componenti passivi, la velocità di elaborazione è la massima possibile, e la scala dei problemi raggiunge al momento 106 spin, ed è destinata a moltiplicarsi rapidamente nel futuro.
Nell’ambito del CREF saranno realizzati nuovi calcolatori neuromorfici fotonici classici e quantistici. Si tratta di una nuova classe di esperimenti e dispositivi che apre moltissime sfide sia teoriche che applicative, ma soprattutto che è più sostenibile delle tecniche tradizionali.
 
Pochi giorni fa è stato pubblicato su Physical Review Research un articolo scientifico che presenta un innovativo approccio dinamico alla legge di Zipf. A questo articolo hanno contribuito il Presidente del CREF, Luciano Pietronero, il direttore scientifico del CREF, Andrea Gabrielli, un dottorando del CREF, Giordano De Marzo e un ricercatore dell’Istituto dei sistemi complessi, Andrea Zaccaria.
La legge di Zipf è una legge di scaling osservata in moltissimi Sistemi Complessi, ad esempio essa è stata riscontrate nella distribuzione delle città, delle imprese e del PIL, ma anche nel linguaggio naturale e molti sistemi naturali, come terremoti e crateri lunari. Dato un insieme di N oggetti e denotando con S (k) la dimensione del k-esimo più grande, la legge di Zipf si scrive come S (k) = S(1)/k^γ dove S (1) è la dimensione dell'oggetto più grande, mentre γ è chiamato esponente di Zipf.
Nonostante l'universalità della legge di Zipf, tutti i sistemi che mostrano questa legge di scaling presentano una caratteristica comune: sono dinamici. Le città esistenti crescono e nuovi insediamenti urbani vengono creati, gli asteroidi colpiscono la Luna ogni giorno, i terremoti si verificano in qualsiasi momento e il linguaggio è in continua evoluzione. Questa osservazione elementare ha forti implicazioni nello studio del problema.
Alcuni sistemi, evolvendo, si discostano sempre di più dalla legge di Zipf; questo comportamento è caratteristico, ad esempio, dei terremoti italiani e delle città del mondo. Al contrario la dinamica di altri sistemi, detta Zipfiana, è tale da rendere costanti o decrescenti le deviazioni dalla legge di Zipf.
Nel primo caso la legge di Zipf può essere osservata solo temporaneamente e quindi diciamo che quei sistemi mostrano la legge di Zipf in modo spurio, mentre nel secondo caso la legge di Zipf è un'attrattore della dinamica e parliamo quindi di sistemi genuinamente Zipfiani.
Questo approccio dinamico ha una serie di applicazioni pratiche e teoriche, per esempio:
• i terremoti possono mostrare la legge di Zipf solo in modo spurio. Usando questa proprietà si può calcolare la magnitudo massima di un terremoto futuro in una data area. Per l'Italia tale magnitudo massima risulta essere circa 7.4;
• si dimostra analiticamente che la dinamica Zipfiana non è additiva, ciò spiega perché la legge di Zipf si osserva considerando le città in una data nazione, ma non tutte le città del mondo.
Per leggere l'articolo completo clicca qui.

Amazon, il colosso delle vendite online fondato da Jeff Bezos nel 1994, è ormai utilizzato da milioni di persone in tutto il mondo. Uno dei punti di forza del sito è la capacità di suggerire agli utenti articoli che potrebbe essere loro interesse acquistare; tale funzione è codificata dall’algoritmo “Item-to-Item Collaborative Filtering”.






L’algoritmo analizza gli interessi degli utenti in base ai precedenti acquisti (e non solo...) e propone prodotti che ritiene ad essi affini. Un altro fattore decisivo è la capacità che esso ha di sfruttare gli acquisti effettuati da altri acquirenti per fare raccomandation più efficaci. A tale scopo viene costruita una matrice nella quale vengono raccolti i prodotti che, generalmente, sono comperati insieme: questo permette al sito di proporre acquisti complementari a quelli fatti precedentemente. Il risultato è che ogni utente ha un suo store online personalizzato e inoltre è possibile effettuare stime sul numero di utenti che compreranno un determinato prodotto.






L’obiettivo dell’algoritmo può essere ben riassunto da una frase tratta da un articolo di Smith e Linden, “The test of time”, in cui viene scritto così: “It’s computers helping people help other people, implicity and anonymously”.





Anche il tempo di calcolo ha un ruolo fondamentale nell’implementazione dell’algoritmo. Esso è decisivo sotto due punti di vista: il primo è la rapidità con cui il sito deve rispondere agli stimoli dell’utente, elaborando un numero enorme di dati e dando risposte immediate; il secondo è la tempistica con cui proporre le raccomandation. L’algoritmo deve essere in grado di analizzare l’effettiva causalità fra due acquisti e proporre il suggerimento in tempi utili.





Le raccomandation sono il futuro dell’interazione digitale. Esse sono già alla base di moltissimi siti di successo che usiamo quotidianamente come YouTube e Netflix.





Referenze:


La storia di Bruno Pontecorvo raccontata da Storie Scientifiche per il CREF.
Il 22 agosto del 1913, nella piccola frazione di Marina di Pisa, nasceva Bruno Pontecorvo. La famiglia, di fede ebraica, appartiene alla ricca borghesia, ma è la loro naturale predisposizione alla genialità il vero tesoro. Guido, fratello maggiore di Bruno, diventerà un genetista di fama internazionale; Gillo, il minore, sceglierà la carriera cinematografica, arrivando a vincere un Leone d’oro per il film “La battaglia di Algeri” e ad essere candidato a due premi Oscar nel 1969 per il medesimo. Anche le frequentazioni di casa Pontecorvo sono particolari e stimolanti, ma spiccano due giovanotti che si rincontreranno con il piccolo Bruno qualche tempo dopo. Stiamo parlando di Enrico Fermi e Franco Rasetti Fin da piccolo Bruno si applica con profitto nello studio e nello sport (il suo prediletto rimarrà per sempre il tennis), ma il germe della timidezza si insedierà presto in lui. Egli stesso affermava che i suoi genitori consideravano il fratello Guido il più intelligente dei fratelli, Paolo il più serio, Giuliana la più colta e lui, Bruno, il più buono ma il più limitato, come dimostravano i suoi occhi buoni ma non intelligenti.
A soli 16 anni si diploma al Liceo Classico “Galileo Galilei” di Pisa e decide di iscriversi alla facoltà di Ingegneria, dove supera con merito il biennio. Ma Bruno non ama il disegno e matura la decisione di trasferirsi a fisica. Guido appoggia la sua decisione, ma a una condizione: deve trasferirsi a Roma perché lì ci sono Enrico Fermi e Franco Rasetti. Nell’autunno del 1931, Pontecorvo arriva nella capitale del Regno dove ad attenderlo c’è un’aula e due esaminatori che sono già delle vere e proprie autorità nel campo scientifico: Fermi e Rasetti per l’appunto. Passa brillantemente il test, ma Fermi si lascia andare a un commento, che faceva a ogni suo singolo studente, non proprio benevolo:
“La fisica è una ma, disgraziatamente, oggi i fisici sono divisi in due categorie: i teorici e gli sperimentatori. Se un teorico non possiede straordinarie capacità il suo lavoro non ha senso. Per quanto riguarda la fisica sperimentale, qui esiste la possibilità di un lavoro utile anche per un individuo di capacità medie”.
Bruno, forse, lo considera un avvertimento e decide di gettarsi sulla fisica sperimentale, anche se “da grande” diventerà un fisico a tutto tondo. Si laurea con lode nel 1933, a soli 20 anni ed entra ufficialmente nel gruppo dei Ragazzi di via Panisperna con un soprannome affettuoso: il Cucciolo. Pontecorvo non apparirà però nella famosa foto che ritrae i cinque Ragazzi ma, più tardi, ammetterà: “Spesso mi chiedono dove sono. Io ho fatto la foto!”.
Il suo nome emergerà, pe la primissima volta, in un articolo nella rivista “La Ricerca Scientifica” dopo aver partecipato ai famosi esperimenti in cui si bombardavano i nuclei atomici con i neutroni lenti.
Nel 1936 Pontecorvo vince una borsa di studio per un soggiorno di 6 mesi all’estero e, su consiglio di Fermi, sceglie di andare all’Institut du Radium, a Parigi, per lavorare con i neovincitori del Nobel Frédéric e Irène Joliot-Curie. In questo periodo matura in lui un forte ideale politico, alimentato anche da Frédéric (che apparteneva alla Resistenza francese) e al cugino Emilio Sereni (esule antifascista e futuro parlamentare col Partito Comunista Italiano). La sua permanenza doveva essere di soli 6 mesi, ma gli viene data l’opportunità di rimanere con rinnovi di contratto di sei mesi in sei mesi fino al dicembre ’39, pochi mesi dopo l’entrata in guerra della Francia. Per le sue idee politiche e per la promulgazione delle leggi razziali, non può far ritorno in Italia. Il 13 giugno del 1940, fuggendo da una Parigi assediata dai nazisti, riesce a fuggire e a raggiungere gli Stati Uniti.
Grazie a Segrè e Fermi, riesce a trovare un lavoro per una compagnia petrolifera a Tulsa, Oklahoma. Qui, basandosi sulla tecnica del rallentamento dei neutroni assimilata a Roma, sviluppa un’ingegnosa tecnica per la rivelazione dei pozzi petroliferi, il così detto carotaggio neutronico. Negli anni della Seconda Guerra, gli Stati Uniti iniziano la corsa agli armamenti inaugurando il Progetto Manhattan ma Pontecorvo, probabilmente per le sue idee filocomunista, non viene arruolato. Chi lo chiama invece è il Canada, presso il laboratorio di Chalk River. Durante il periodo bellico il suo maggiore impegno riguarda la costruzione del reattore nucleare ad acqua pesante e tutte le problematiche legate alla sua progettazione.
Il periodo canadese è per Pontecorvo un’inesauribile fonte di ispirazione: matura alcune intuizioni geniali sulla fisica delle particelle elementari. Mette a punto un metodo radiochimico per la cattura dei neutrini solari; la tecnica non è perfetta ma getta importanti basi per l’esperimento, effettuato negli anni Sessanta, della definitiva cattura e stima del numero di neutrini solari.
Fra il 1944/45, Conversi, Pancini e Piccioni svolgono il famoso esperimento a Roma identificarono una nuova particella, circa duecento volte più pesante dell’elettrone, il muone. Questa particela ha come prodotto di decadimento solamente un elettrone, che non presentava un’energia ben definita ma assortita in un intervallo continuo; questo significava che il muone si divideva in un elettrone e, almeno, in altre due particelle neutre, invisibili alle strumentazioni.
Pontecorvo dedusse che la cattura del muone da parte del nucleo atomico, proprio come la cattura dell’elettrone, produce neutrini (la misteriosa particella predetta negli anni Trenta da Wolfgang Pauli per spiegare lo spettro del decadimento β). Scopre che l’interazione debole, scoperta da Fermi, ha un carattere molto più generale di quanto si pensasse. Ipotizzò inoltre che questi due neutrini fossero di natura diversa: uno legato al muone primario, l’altro legato all’elettrone. Pontecorvo si impone come uno dei massimi esperti mondiali sulla fisica del neutrino. Nel dopoguerra viene corteggiato da numerose università, compresa quella di Pisa, ma rifiuta tutte le offerte. Nell’estate del 1950, dopo aver festeggiato il compleanno in famiglia e senza avvertire nessuno, prende un volo per Stoccolma e da qui si sposta verso Helsinki La decisione è stata presa, Bruno attraversa la Cortina di Ferro e nascosto in un bagagliaio di un’auto raggiunge Leningrado, poi un ultimo viaggio in treno per raggiungere Mosca. Pontecorvo ha abbandonato l’Occidente ed è entrato in Unione Sovietica. La notizia desta un grande clamore e i giornali italiani titolano “Fuga a Mosca di uno scienziato atomico”, avanzando l’ipotesi (completamente priva di fondamento) che Pontecorvo abbia portato in dono a Stalin le sue competenze, e i suoi segreti, per costruire la bomba atomica. Per cinque anni nessuno in Occidente ha più sue notizie. Solamente nel febbraio del 1955 appare la sua prima dichiarazione sul Pravda, l’organo di stampa del Partito Sovietico.
 
Intanto Bruno si è trasferito a Dubna, nella famosa città atomica. La sua fama di ex studente di Fermi e la sua genialità lo precedono: tutti sono entusiasti di lavorare con lui. Viene messo a capo della divisione di fisica sperimentale del Laboratorio dei Problemi Nucleari, dove iniziano a prendere forma alcune delle sue idee più brillanti. Nel 1959 pubblica un lavoro (Neutrini elettronici e muonici) dove ipotizza l’esistenza di tre tipi di neutrini le cui proprietà sono rilevabili. Nasce la fisica dei neutrini ad alta energia. L’acceleratore di Dubna, nonostante fosse il più grande del tempo, non raggiungeva energie sufficientemente alte per dimostrare la sua ipotesi. Solamente qualche anno dopo (inizi degli anni Settanta), gli americani Ledermann, Schwartz e Steinberger confermarono sperimentalmente la teoria del fisico italiano. I tre vinsero il Premio Nobel per la fisica nel 1988 “per il metodo del fascio di neutrini e la dimostrazione della struttura doppia dei leptoni attraverso la scoperta del neutrino muonico.” Pontecorvo fu il grandissimo escluso e la comunità scientifica insorse, d’altronde fu lui che per primo effettuò ne effettuò la previsione.
Tra il 1957 e il 1967 Pontecorvo lavora sulla teoria del mescolamento leptonico. In grande sostanza i leptoni sono particelle elementari suddivise in tre famiglie: elettroni, muoni e tauoni. A ognuno di questa famiglia è associata un neutrino di diversa natura (il neutrino elettronico νe e il neutrino muonico νμ ed il terzo, il neutrino tauonico ντ fu teorizzato negli anni Settanta e osservato sperimentalmente nel 2000). La teoria elaborata da Pontecorvo afferma che i diversi neutrini nel vuoto possono trasformarsi gli uni negli altri. Questo fenomeno è detto oscillazione dei neutrini. Una notevole e importante conseguenza di questa teoria è che i neutrini siano dotati di massa. Questo fatto fu per la prima volta verificato per i neturini solari nel 1968; successivamente fu parzialmente confermato, tramite l’esperimento Super-Kamiokande, e confermato nel 2010 dagli esperimenti svolti nei Laboratori dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare del Gran Sasso.
 
Solamente nel 1978 Pontecorvo rientra in Italia, in occasione del settantesimo compleanno di Edoardo Amaldi. Comparvero già i primi sintomi del morbo di Parkinson, che non però non lo privò mai della lucidità mentale. Durante una delle sue ultime interviste, alla domanda se si fosse pentito della scelta di andare in URSS, Pontecorvo rispose:
 
“Ci ho pensato molto ma non riesco a dare una risposta. Io credo di essere sempre stato una persona per bene, anche se alle volte forse ho fatto delle scelte sbagliate. Ma cosa è più importante, fare le scelte giuste o essere una persona per bene?”.
 
Si spense a Dubna il 24 settembre del 1993.
 
Grazie alle sue intuizioni geniali, e ai suoi metodi di indagine, sono stati assegnati ben quattro Premi Nobel (1988, 1995, 2002, 2015).
 
Un aneddoto per raccontare la personalità di Enrico Fermi, scritto da Storie Scientifiche per il Centro Ricerche Enrico Fermi.
Benito Mussolini nel 1929 fondò un’istituzione culturale, l’Accademia d’Italia, con il compito di oscurare l’Accademia dei Lincei, perché pensava che molti dei suoi membri fossero in opposizione con il regime fascista. Ai membri di questa nuova istituzione, selezionati direttamente da Mussolini, venivano dati un cospicuo assegno, una splendida uniforme e il titolo di Eccellenza.
Enrico Fermi fu il solo fisico scelto nella prima tornata di assegnazioni, nonostante la sua giovane età e gli inesistenti meriti fascisti. Fermi, infatti, era un oppositore implicito del regime, si occupava poco o nulla di politica perché destinava tutte le sue energie alla ricerca scientifica.
Dopo la sua nomina all’Accademia d’Italia, entrò a far parte dell’élite del Fascismo ma cercava di limitare il più possibile la sua presenza ad eventi pubblici. Quando nel 1930 il principe ereditario, Umberto II di Savoia, convolò a nozze, furono invitate le più alte cariche dello Stato. A Roma furono bloccate e presediate numerose strade, tra cui via Nazionale che bisognava attraversare per recarsi all’Istituto di fisica.
Fermi viaggiava in una piccola Peugeot gialla e indossava un anonimo abito grigio, invece che la sua sfarzosa divisa d’accademico, e si ritrovò bloccato dalle forze dell’ordine. Ricordandosi di aver in tasca il suo invito alle nozze, lo mostrò ad un ufficiale dicendo:
“Sono l’autista di Sua Eccellenza Enrico Fermi e devo andarlo a prendere. Posso passare?”
(Emilio Segrè- Enrico Fermi, fisico. Una biografia scientifica)
 
L’Italia investe in ricerca e sviluppo circa lo 0,5% del PIL (0,32% per la ricerca di base e 0,18% per la ricerca applicata), una percentuale tendenzialmente inferiore rispetto agli altri paesi europei. Next Generation Eu, quindi, si presenta come una ghiotta opportunità.
Dei 209 miliardi che l’Italia riceverà dall’Ue, 11,7 sono stati stanziati per la ricerca e spendibili in cinque anni. Il piano avrà due linee principali, una finanziata con oltre 7 miliardi di euro che comprende sostegno a progetti di ricerca e finanziamenti per infrastrutture. L’altra da quasi 4,5 miliardi di euro, sosterrà la creazione di nuovi centri per la ricerca applicata.
Per la comunità scientifica “Next Generation Italia” come ogni grande occasione va sfruttata al meglio. Lo scorso ottobre, e di nuovo all'inizio di gennaio, un gruppo di scienziati di alto profilo ha scritto al Presidente Giuseppe Conte consigliando l'uso dei fondi europei al fine di aumentare di 15 miliardi di euro il budget per la ricerca pubblica nei prossimi cinque anni.
Il suggerimento è quello di portare l’investimento in ricerca all’1,1% del PIL dando priorità alla ricerca di base, poco considerata rispetto all’ambito della ricerca applicata dal piano governativo.
Un’altra prospettiva della quale tenere conto è di riuscire a trasferire il surplus economico impiegato nella ricerca a favore dello sviluppo generale del paese. Secondo Luciano Pietronero, Presidente del Centro Ricerche Enrico Fermi e fisico impegnato nello sviluppo di crescita economica, per rilanciare la competitività italiana si deve scommettere sul Sud.
Non solo, quindi, bisogna stare attenti al fatto che la ricerca produca sviluppo economico, ma anche che questo stesso sviluppo si collochi strategicamente nel territorio, costruendo industrie e startup dove è più utile ai fini della crescita complessiva del paese.
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Durante un seminario tenutosi nel 1958, Giulio Racah, noto fisico fiorentino, ricordò l’episodio chiave che portò alla costruzione di un primo calcolatore elettronico. Il protagonista di quel racconto era Enrico Fermi. Nel 1954, durante un corso di fisica internazionale tenutosi a Varenna, tre eminenti fisici italiani, Gilberto Bernardini, Marcello Conversi e Giorgio Salvini, discutendo con Fermi, gli chiesero consiglio su come investire al meglio, ai fini della ricerca, una cospicua somma pari a 2,2 milioni di euro di oggi.
La risposta di Fermi, ufficializzata successivamente anche al rettore, fu: “Fate un calcolatore elettronico”. Da quel suggerimento nacque la CEP, calcolatrice elettronica pisana. Fu una scelta che si rivelò di notevole importanza per lo sviluppo della ricerca scientifica italiana.
I primi calcolatori elettronici moderni risalgono alla fine degli anni ’40, frutto della ricerca inglese e statunitense. In Italia solo nel 1954 furono acquistati i primi due calcolatori di produzione estera: a Milano dal Politecnico e a Roma dall’Istituto Nazionale per le Applicazioni del Calcolo.
Nello stesso anno anche a Pisa, data la disponibilità di un rilevante contributo finanziario da parte delle province e i comuni di Pisa, Livorno e Lucca, grazie al consiglio di Fermi, iniziò l’impresa di progettare e costruire una macchina calcolatrice.
Quella di costruirla, più che una scelta, fu una necessità perché somma di cui disponeva l’Università di Pisa era consistente ma non a tal punto da permettere l’acquisto di una moderna calcolatrice elettronica per ricerche scientifiche. L’idea infusa da Fermi nell’importanza di possedere un calcolatore elettronico e la motivazione dei fisici pisani portò alla prima macchina di questo tipo di fattura italiana. A questo scopo fu richiesta anche la collaborazione di altri enti di ricerca e di aziende, trovando il supporto dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e della Società Olivetti.
#cep #calcolatorelettronico #pisa #enricofermi #infn #olivetti #cref
Questa mattina sul Fatto Quotidiano è stato pubblicato un articolo del dirigente di ricerca del Cref, Francesco Sylos Labini, che ricorda la storia dei ragazzi di Via Panisperna e della loro storica palazzina, oggi adibita a museo.
Nell’articolo viene ripercorsa brevemente la storia recente dell’Istituto di Ricerca. Dal 1999, anno in cui fu approvata all’unanimità su proposta di Athos De Luca la legge che prevedeva l’istituzione del Centro Ricerche Enrico Fermi, fino al ristabilimento nella storica sede dell’Istituto e alla nomina di Luciano Pietronero come Presidente.
Solo 20 anni dopo il Cref è riuscito a tornare a casa, all’interno della storica palazzina di Via Panisperna, che poco meno di un secolo fa ospitava Enrico Fermi e i suoi straordinari giovani collaboratori. L’Istituto si prepara a diventare un punto di riferimento a livello nazionale per la ricerca e la divulgazione scientifica.
Oggi all’interno della palazzina è stato allestito anche un museo per celebrare le azioni di Fermi e di quello storico gruppo, che insieme hanno fatto la storia della Fisica italiana.